03 Mar Competenze digitali, l’Italia resta indietro

Competenze digitali in Italia: le imprese con il ricorso sempre maggiore all’e-invoicing, la fatturazione elettronica, e la pubblica amministrazione con risultati discreti sull’erogazione online dei servizi sono le uniche realtà a registrare dati positivi nell’Indice Desi 2017, il Digital Economy and Society Index appena pubblicato dalla Commissione Europea. Se l’Europa come comunità fa passi in avanti sulla digitalizzazione, molti paesi, considerati singolarmente, restano decisamente indietro. Italia inclusa, che in termini di sviluppo digitale raggiunge performance sotto la media in quasi tutti i campi considerati dall’indagine che costituisce una finestra sui nuovi orizzonti da intraprendere per dare vita a società ed economie sempre più digital-friendly. Su 28 stati comunitari, la penisola è 25esima: peggio fanno soltanto Grecia, Bulgaria e Romania con Danimarca, Finlandia, Svezia e Olanda in cima alla classifica.

Eppure in Italia gli utenti di internet crescono, non di molto ma crescono con il 67 per cento degli italiani connessi nel 2016 contro il 63 per cento dell’anno precedente, un piccolo picco registrato nel ricorso ai social network (dal 58 per cento al 60 per cento) e un aumento dei lettori delle news online, 60 per cento contro 57 per cento, in ogni caso sotto le medie europee a quota 70 per cento. Maglia inequivocabilmente nera, invece, per lo shopping sul web e l’home banking: acquista attraverso la rete il 41 per cento degli italiani (contro il 66 per cento degli europei) ed effettua operazioni bancarie online il 43 per cento (contro la media continentale del 59 per cento). Nel business si fa meglio, alla fatturazione digitale in Europa ricorre in media il 18 per cento della popolazione contro il 30 per cento delle imprese italiane. Tra le tendenze, c’è da notare un dettaglio, gli italiani sono un popolo di giocatori e appassionati di musica, cinema e serie tv: una voce superiore (79 per cento) al resto dell’Europa (78 per cento) raggruppa la fruizione di video, canzoni e giochi online. Stravince l’intrattenimento, insomma, ma notizie promettenti arrivano dal settore delle piccole e medie imprese che restano un punto imprescindibile dell’identità dell’Italia – rappresentano, infatti, il 95 per cento del totale delle unità produttive – e operano passi rassicuranti nel digital marketing con un coinvolgimento, secondo la Doxa, più che raddoppiato in quattro anni – quota 58 per cento nel 2017 – e una riduzione di chi non utilizza strumenti digitali, oggi solo il 24 per cento.

Non vogliamo un’Europa digitale a due velocità”, è il commento di Andrus Ansip, vice presidente della Commissione Europea e Commissario per il Mercato Unico Digitale. Ma per scongiurare l’assestarsi delle distanze con i nordeuropei, l’Italia dovrà raddoppiare gli sforzi. Il Desi serve proprio a delineare le linee guida di intervento per proposte legislative che mettano in pari tutti i paesi membri verso le sfide digitali del futuro su cinque parametri: connettività, capitale umano, uso di internet, digitalizzazione delle imprese e servizi pubblici digitali. I dati diffusi saranno sfruttati per la revisione delle strategie per il Mercato Unico Digitale che sarà presentata a maggio. Sicuramente un ambito di intervento in Italia dovrà essere il maggior investimento sulla banda larga fissa, ancora basso nonostante il calo generale dei costi: nel 2016 il 12 per cento degli abbonamenti riguardava la banda larga, percentuale che, però, nel 2015 era ferma al 5 per cento. È un progresso ma si dovrà fare di più, data la lontananza dalla media Ue, al 37 per cento. Altro intervento necessario, l’alfabetizzazione e le competenze digitali elementari, solo 14 italiani su mille hanno lauree scientifiche o sono professionisti in tecnologie informatiche, in Europa 19, esiti ugualmente bassi e, soprattutto, indifferenti alle richieste crescenti del mercato nel settore delle STEM.