24 Feb The future of employment – Riqualificare la forza lavoro, allenare le competenze e formarsi

L’innovazione crea più occupazione di quanta ne distrugge? La risposta non è semplice, dati e pareri sono discordanti ma le letture più autorevoli del futuro fanno pensare in positivo: quel che oggi perdiamo, domani ci sarà restituito sotto forma di nuove professionalità. Intanto il processo di obsolescenza dei lavori tradizionali è sempre più rapido e trasversale alle categorie. Oggi è difficile individuare un solo settore che non sia stato completamente travolto dalle rivoluzioni del Millennio iperconnesso.

L’attualità non risparmia esempi del crescente terrore collettivo verso un mercato che sembra rispecchiare approcci del genere “nessuno è indispensabile”. Ma è davvero così? L’innovazione rende tutti meno necessari? Le proteste dei tassisti di questi giorni contro il servizio internazionale di car sharing Uber che con un’app permette di avere in pochi minuti al proprio servizio auto di lusso o semplici passaggi rappresentano una parabola perfetta del sentirsi pedine “non indispensabili” dei tempi moderni. La morale è, però, più complessa. Al di là dell’esigenza di essere davvero competitivi entro scenari in cui l’offerta abbonda e appare straordinariamente specializzata, sicuramente restano da sottolineare due punti fondamentali, una riflessione dettata dalla storia e una sfida della contemporaneità.

La considerazione è che gli effetti del progresso non emergono sul breve periodo. Dati (documentati) insegnano che dalla prima rivoluzione industriale al 2015 lo sviluppo tecnologico ha generato più lavoro di quanto ne abbia spazzato via. Sono prospettive e numeri relativi al Regno Unito – il data set “Three centuries of macroeconomic data” della Bank of England – e quindi particolarmente affidabili, trattandosi della patria-simbolo della nascita delle prime perplessità sul rapporto uomo-macchina. Rapporto che non procede mai, è ormai chiaro, senza lasciare sul percorso perdite e caduti. Ma chi avrebbe rinunciato alle automobili per salvare il cocchiere? Oggi forse qualcuno sì in nome della sostenibilità ambientale, ma sono obiezioni che rientrano nel principio del buon senso che impone che si può sempre fare di meglio senza rinunciare del tutto al fare.

La sfida è: riqualificare la forza lavoro, allenare le competenze, formarsi, senza sosta né limiti di età. Il diktat dei tempi correnti è confermato da un report dell’Università di Oxford – Technology at Work v2.0: The Future Is Not What It Used To Be – seguito del discusso “The future of employment” che condannava il 47 per cento delle categorie lavorative negli States all’automazione entro due decenni. Il nuovo studio prevede che in Europa, periodo 2013-2025, grazie alla tecnologia ci saranno 9,5 milioni di nuove opportunità di lavoro e 98 milioni di lavori da rimpiazzare ma – elemento sostanziale – circa la metà delle opportunità occupazionali disponibili sarà appannaggio di lavoratori altamente qualificati.

Prepararsi letteralmente ai cambiamenti, alfabetizzarsi per cooperare più che per lottare con le “macchine” (in qualunque versione si presentino, da un’app a un robot). Torna costantemente l’enfasi sulla crucialità di politiche di istruzione lungimiranti e di maggiori investimenti sulle discipline STEM, acronimo di science, technology, engineering and mathematics. Praticamente un tormentone della mission di Giffoni Innovation Hub. Perché, chiarisce il report, “se molti lavori saranno sostituiti dalla rapida computerizzazione e altri nuovi emergeranno, ci sarà bisogno di un numero sufficiente di persone in grado di creare e programmare queste tecnologie avanzate”.