23 Gen Intervista a Salvatore Sinigaglia, FOUNDER & CEO di Blowhammer

di Diletta Capissi

Salvatore Sinigaglia, 26 anni, CEO & Founder di Blowhammer, start up specializzata nell’abbigliamento di tendenza su cui viene riprodotta la street art e ogni forma di digital painting. “Ho iniziato il mio percorso lavorativo in una serigrafia tessile e solo dopo qualche anno è nata Blowhammer. La società nasce con mio fratello Gianluca in una prima fase e successivamente con l’ingresso di Egidio Manganiello. Ho iniziato quasi per gioco investendo poche centinaia di euro, riuscendo a realizzare meno di 50 tshirt. Abbiamo cominciato vendendo soprattutto grazie a Facebook, poi ho capito le enormi potenzialità della vendita online. Ci ritroviamo oggi con un team di circa 45 persone”.

L’obiettivo della Blowhammer era creare un marchio di abbigliamento dal design di tendenza che diventasse il manifesto dei giovani alternativi italiani. “Infatti il nostro claim – conferma Salvatore – è: “Blowhammer is a lifestyle we are creativity, inspiration and design”. Ed è proprio ai giovani talenti del Dream Team, il format internazionale di Giffoni Innovation Hub che stimola l’entrepreneurship giovanile e la creatività, che Blowhammer ha disegnato le sue t-shirt.

Salvatore ha modi pacati e le idee chiare, Napoletano, si è diplomato al liceo scientifico, vive a Marcianise mentre l’azienda è ubicata nel consorzio industriale di Nola. “Lavorando in una serigrafia tessile – racconta Salvatore – gestivo l’ufficio di grafica, i marchi, i brand di abbigliamento, e avevo a che fare con molti clienti. Ho potuto così acquisire una buona conoscenza nella moda, sulle tendenze, sui modelli di abbigliamento. Intanto ho continuato i miei studi, sempre da autodidatta”.

 

Così nasce il marchio Blowhammer?
L’idea era di non fare un marchio di abbigliamento classico, ma di selezionare una serie di lavori apprezzati dai creativi, non necessariamente provenienti dal mondo della moda, ed applicarli all’abbigliamento. Sono prodotti di grafica che riprendono la street art, ogni forma di digital painting. Li riproduciamo – spiega Salvatore – con una tecnica digitale di stampa molto innovativa sui capi di abbigliamento”.

Che tecnologia utilizzate?
Utilizziamo Plotter digitali all’avanguardia e inchiostri ad acqua”.

Dove sta la vostra idea innovativa?
Sta nell’esserci ispirati alle arti digitali, a quel mondo che ama quel tipo di opere. Ma il nostro processo è molto personalizzato, controlliamo tutto il processo, dalle materie prime al prodotto finale”.

Insomma sei in linea con l’industria 4.0?
Si, utilizziamo tutte le tecnologie e gli automatismi più innovativi per la produzione Nell’ultimo periodo investiamo molto sull’AI, un inizio di intelligenza artificiale che possa autoregolare la produzione.”.

Come hai iniziato?
Ho cominciato con due amici che però hanno lasciato dopo due mesi. Ho continuato da solo per qualche tempo fino al vero inizio con mio fratello Gianluca, product manager, fin quando abbiamo poi stretto il rapporto lavorativo con Egidio, attuale general manager. Abbiamo da sempre voluto posizionarci con le vendite unicamente nel mondo digitale”.

Ma significava però registrarsi?
Si, infatti, è stata la prima cosa che abbiamo fatto, eravamo un po’ timorosi e lontani dalla parte burocratica e fiscale ma infine abbiamo aperto la nostra prima partita Iva”.

E adesso?
Siamo nella nostra nuova sede, di circa 1400 mq, dove c’è tutto il dipartimento industriale, con lo stoccaggio di materie prime e prodotti, e quello commerciale”.

Avete una sartoria?
La nostra non è una sartoria tradizionale, ma per portare la fase di cucitura all’interno dell’azienda abbiamo acquisito un intero laboratorio questa estate. In questo stesso periodo abbiamo ampliato vari team con l’assunzione di sviluppatori, grafici e un videomaker”.

Perché i video maker?
E’ molto importante, contenuti e video sono essenziali per i canali social che utilizziamo (facebook, instagram, twitter). Da quando abbiamo il nostro e-commerce e canali social, è partita la nostra intenzione di internalizzare tutti i reparti creativi dato che non amiamo il lavoro, talvolta freddo, delle agenzie”.

E come vendete?
Principalmente vendiamo attraverso il nostro store online, ma negli ultimi tempi ci siamo approcciati anche ai market place. Non badiamo alla distribuzione nei negozi, abbiamo scelto di posizionarci prima come brand digitale”.

A chi vendete?
Prevalentemente produciamo abbigliamento maschile: felpe, t-shirt, ed altro diretto soprattutto ai giovani e agli appassionati di arte e design. Cerchiamo sempre di curare al massimo le esigenze del cliente, grazie ad un servizio clienti dedicato, anche in varie lingue”.

Le materie prime le comprate in Campania?
Non esclusivamente, possiamo dire che tutte le materie prime sono acquistate in italia”.

Avverti una grande responsabilità?
Si tanta, bisogna gestire la parte amministrativa, finanziaria, creativa, i rapporti con i fornitori ma soprattutto i rapporti interni. Ci sono momenti in cui mi trovo ad essere cliente di me stesso, volte in cui mi trovo ancora dopo anni a fare nottate immerso nel lavoro o altre volte in cui mi improvviso psicologo per risolvere incomprensioni nei rapporti, cercando di tenere i nervi saldi. Molti dei rapporti lavorativi nascono da vecchie amicizie, cosa che non ha semplificato la gestione ma adesso, posso solo ritenermi molto soddisfatto”.

Si può frenare la fuga di giovani come te?
Sicuramente si potrebbe fare molto per trattenerli. Parlando del settore digital che mi più mi appartiene, vedo la maggior parte dei giovani talentuosi abbandonare il sud italia per spostarsi prevalentemente verso Milano, la città italiana più all’avanguardia in questo settore. Adesso, posso solo dire che secondo l’idea che ho maturato in questi anni, trovandomi a tenere diversi colloqui, che i giovani hanno innanzitutto voglia di cercare lavoro in Italia. Ci piace l’idea di riuscire, anche se solo minimamente, a trattenere i nostri cervelli”.

Avresti mai scommesso di diventare imprenditore?
No, ma a 21 anni si pensa solo che puoi rischiare e sapendo che in ogni caso devi fare tanti e tanti sacrifici. Siamo partititi il primo anno con giornate in cui si lavorava fino alla mattina seguente, abbiamo lavorato nel fine settimana e non abbiamo saltato neanche Pasqua e Pasquetta”.

Sai che ci sono molte opportunità per le start up?
Si, so dell’esistenza ma nelle prime fasi i bandi risultavano davvero lontani, con una burocrazia troppo lunga che non ci avrebbe permesso una rapida partenza e abbiamo preferito provarci con le nostre forze”.

Sembra tutto rosa fiori. Avete avuto fiducia da parte delle banche?
Anche se le banche italiane non prendono in considerazione piccole attività, noi abbiamo stretto rapporto si dà subito con la BCC ma. Ci hanno supportato, hanno voluto conoscere il progetto e si sono sempre resi disponibili”.

A chi vi siete ispirati?
Non abbiamo cominciato ispirandoci a realtà esistenti, magari facendo i nostri primi sbagli. A distanza di un paio di anni, nel maggio 2016 mi si è aperta la mente quando, per la prima volta sono andato ad un meeting nella sede di Facebook a Milano. Ho visto il loro open space, graffiti di vari artisti sulle pareti e luoghi di relax. Sono rientrato con l’idea di stravolgere nuovamente tutto e ricominciare puntando prima di tutto al nostro ambiente. Il punto essenziale è realizzare gli obiettivi, anche in un contesto che non sia così formale come le aziende tradizionali italiane, ma che possa favorire la creatività”.

Si può dire che il vostro è un prodotto made in Italy?
Certo, possiamo dire che il nostro prodotto è sicuramente Made in Italy dalla A alla Z”.
Il prossimo obiettivo?
Nuovi mercati! Cercheremo di gestire in primo momento sulle nazioni europee che si sono maggiormente avvicinate al nostro prodotto e poi spingere sull’ internazionalizzazione del brand”.

Insomma al Sud si può fare?
Al Sud si può fare tanto, soprattutto prendendo la grande qualità della manodopera artigianale del nostro territorio e provando a svilupparla nel mercato digitale, le nostre aziende sono abituate al vecchio e non c’è un vero ricambio generazionale. Non si affidano ai giovani per la digitalizzazione. Soprattutto spaventa la passione che noi mettiamo nella gestione, magari molto innovativa e con metodi completamente diversi da quelli tradizionali”.