27 Apr Nomadismo digitale: nuove mobilità e sviluppo del territorio

Nel 1997 Tsugio Makimoto e David Manners, un ingegnere ed un esperto di tecnologie, pubblicavano Digital Nomads. Per i due autori, convinti del potere rivoluzionario delle reti di comunicazione ad alta velocità e della miniaturizzazione dei dispositivi mobili, il nomade digitale era il rappresentante di uno stile di vita futuro, in cui chiunque avesse accesso a tecnologie portatili sarebbe stato libero di viaggiare il mondo portandosi l’ufficio dietro. Con l’ingresso delle tecnologie nel consumo di massa, quella rivoluzione non si è fatta aspettare.

Vent’anni dopo, sono sempre più numerose le persone che si definiscono nomadi digitali. Nomadi, perché la loro è un’esistenza ipermobile tra luoghi in cui soggiornano per medi o lunghi periodi. Digitali, perché la iperconnessione resa possibile dallo sviluppo tecnologico permette loro, con una buona dose di creatività e flessibilità, di lavorare da qualsiasi angolo del pianeta. Se i pionieri erano prevalentemente professionisti del settore informatico statunitense che giravano il paese nei loro campervan, in epoca di reti sociali e di passaparola informatico, a questa prima generazione se n’è aggiunta una seconda, per la quale la vita professionale senza una residenza fissa (location independent) é la risposta creativa per fronteggiare gli alti costi di vita e i salari bassi del primo mondo. E reinventarsi professionalmente approfittando delle opportunità ancora inesplorate della rivoluzione digitale. Con un bacino di oltre 4 miliardi di utenti in rete e la possibilità di connettersi da praticamente qualsiasi posto del mondo, la possibilità di lavorare viaggiando è una realtà che cresce a velocità rapidissima. Un cambiamento di scenario che apre nuovi ed urgenti interrogativi sul futuro del lavoro e del viaggio internazionale.

Sarebbe sbagliato pensare, come fanno in molti, che il nomade digitale sia una professione: è piuttosto uno stile di vita nel quale la mobilità diventa un asse per definire la propria identità, di contro ai valori della stabilità, dell’accumulo, della progressione lineare di carriera. Molti dei suoi adepti sono stati influenzati dalla lettura di 4 ore alla settimana. Ricchi e felici lavorando 10 volte meno, un manuale di lifestyle design scritto da Tim Ferriss, imprenditore americano il cui curriculum è la dimostrazione del potenziale insito nella liberazione della creatività: ballerino di tango e campione di ju jitsu, esperto di nutrizione, fitness e salute, public speaker, blogger e investitore. Nel suo libro, Ferriss mostra come trasformare completamente una vita lavorativa convenzionale attraverso la creazione di servizi digitali e l’automatizzazione degli ingressi, creando così un canale di cosiddetta rendita passiva (passive income). Il risultato è uno stile di vita nel quale ozio e lavoro non si escludono a vicenda, ma si alternano nella quotidianità di una vita in cui è l’esperienza ad essere chiave, insieme alla santificazione della libertà e alla personalizzazione di valori e scelte di vita. Di contro al destino prevedibile di una vita governata dalla giornata lavorativa dalle 9 alle 18, “voglio una vita dalla quale non devo andare in vacanza” diventa uno degli slogan resi virali da questa generazione di wanderlusters.

Se vent’anni fa si trattava di una possibilità professionale ad appannaggio quasi esclusivo di sviluppatori e imprenditori dell’industria tech, le professionalità digitali di oggi sono molto varie: ci sono traduttori, copywriter e creatori di contenuti digitali, esperti di marketing, commercianti con logistica di Amazon, coach e psicologi, insegnanti, designers e addetti al customer support. La lista potrebbe continuare ancora, giacché nell’epoca del web 3.0 qualsiasi professione può potenzialmente tradursi nel suo corrispettivo a distanza. Sulla base di queste premesse, il fenomeno del nomadismo digitale non interessa più in maniera esclusiva i paesi di capitalismo avanzato, ma si diffonde a livello globale, facilitato dal proliferare di spazi di lavoro in condivisione, che permettono a questa generazione di freelance e imprenditori di incontrarsi anche fisicamente, facilitando un proficuo scambio di competenze. Ovviamente, non è tutto oro quello che luccica, e ci sarebbe molto da riflettere su quanto di questo movimento sia veramente innovativo e quanto, invece, costituisca una reazione alla precarizzazione del mercato del lavoro, all’erosione dello stato sociale, al dilagare della gig economy e della sua struttura di forza lavoro on-demand, spunti critici su cui varrebbe la pena approfondire.

Networking è indubbiamente una parola chiave di questo stile di vita delocalizzato, che per molti aspetti è anche profondamente individualista: quando si abbraccia la mobilità permanente come stile di vita, la solitudine e il senso di isolamento sono due grossi limiti con cui fare i conti ogni giorno. Va detto infatti che, benché le esperienze dei nomadi digitali abbiano come orizzonte l’intero pianeta, la maggior parte delle loro relazioni, sia personali che professionali, avviene in prevalenza attraverso piattaforme digitali. Dalla necessità di affiancare al digitale anche la presenza fisica sorgono quindi nuove forme di comunità, che passano attraverso reti di co-working o strutture di co-living. Queste ultime iniziative servono a minimizzare le difficoltà di trovare alloggio con contratti a breve e medio termine e permettono di coniugare la convivenza con persone affini – imprenditori che hanno deciso di emanciparsi dalla routine dell’ufficio- alla convenienza di condividere le spese, andando oltre l’utilizzo, peraltro ancora molto diffuso, delle usuali piattaforme di condivisione come Airbnb, Homesharing etc.

Dal punto di vista commerciale, le nuove pratiche abitative e di socialità di questi soggetti mobili rappresentano innegabilmente un mercato dal potenziale di indotto notevole. Dai co-working in franchising alle app che aiutano a localizzare i suddetti spazi  o i punti di accesso a wifi gratuito; ai programmi di viaggio che permettono di sperimentare questo stile di vita senza lo stress di doverne organizzare la logistica, alle crociere specifiche; passando per una molteplicità di eventi: coworkation (crasi di co-work e vacation che designa ritiri che uniscono svago e lavoro condiviso), conferenze specializzate e retreat di vario genere che hanno come obiettivo principale la creazione di reti per la condivisione di esperienze e skills.

Il nomadismo digitale rappresenta un’opportunità interessante anche dal punto di vista turistico, con alcune differenze rispetto al marketing delle destinazioni turistiche convenzionali. Con il loro flussi, i nomadi digitali creano nuove geografie di viaggio e contribuiscono a collocare nuove mete sulla mappa turistica. Si tratta di destinazioni non necessariamente legate alla presenza di attrazioni turistiche, ma che devono piuttosto garantire l’accesso a risorse e servizi specifici. Tra questi requisiti figurano, in primis, una connessione internet veloce e stabile, ma anche ad un costo della vita relativamente contenuto, clima mite, facilità di ottenere un visto di lungo termine e di gestire una impresa, prossimità alla natura, buon livello di accettazione degli stranieri.

È indubbio che una migliore conoscenza del nomadismo digitale ha la possibilità di tradursi in nuove opportunità per la promozione del territorio. Basti pensare al caso dell’Estonia che, attraverso il suo programma di e-residency, ha saputo coniugare un costo di vita contenuto con un invitante programma di residenza fiscale: un’esperienza allo studio anche di altre comunità baltiche. O all’iniziativa di PandoraHub in Catalogna, che rivitalizza villaggi rurali e poco popolati trasformandoli in co-living appetibili per start-up locali e internazionali. Suggestioni interessanti, che potrebbero sicuramente essere adattate al caso italiano. Il nomadismo digitale è anche un’eccellente opportunità per destagionalizzare alcune mete, in particolare quelle costiere. La promozione del territorio per i nomadi digitali costituisce un terreno di sviluppo pressoché vergine per gli attori istituzionali tradizionali, sia pubblici che privati, e sarebbe un’ottima chiave per diversificare l’offerta rispetto alle pratiche del turismo di massa, che diventano via via sempre meno sostenibili. L’opportunità è particolarmente valida per realtà poco sconosciute e slegate dai canali turistici tradizionali, che potrebbero sicuramente approfittare, oltre che di un indotto economico diretto, della positiva iniezione di innovazione e competenze che questi imprenditori possono portare.

Fabiola Mancinelli

 

Fabiola Mancinelli è dottoressa in antropologia ed esperta di turismo e cultura del viaggio. Dal 2016, si interessa al fenomeno del nomadismo digitale, portando avanti ricerche che combinano i metodi dell’etnografia digitale con il lavoro di campo convenzionale, che ha svolto in Tailandia e a Barcellona, dove risiede. È docente a contratto presso il Dipartimento di Antropologia dell’Università di Barcellona. Oltre a pubblicazioni accademiche, spunti della sua ricerca sono comparsi in articoli per Linkiesta, Forbes España e El Pais Retina.