Digital Opportunities, la sfida passa per media e politica

“Il futuro di Giffoni passa attraverso l’Innovation Hub, immagino una fuga dalla Cittadella del cinema, la nascita del nuovo, da Experience diventeremo Opportunity, qui i ragazzi troveranno casa, famiglia, capacità di impresa e occupazione”. Così il direttore del GFF Claudio Gubitosi apre la prima round table “Digital Opportunities” organizzata dall’Hub ieri all’Antica Ramiera. Dopo i saluti del sindaco Paolo Russomando, il primo a parlare è Elio Catania, presidente Confindustria Digitale, che spiega “il tema dell’occupazione è di assoluto rilievo: il nostro paese non cresce e la disoccupazione è maggiore rispetto all’Europa proprio perché non abbiamo abbracciato le sfide del digitale. Però c’è fermento, una parte di Italia che ha speranza, quella delle piccole imprese, delle startup. Purtroppo molti hanno paura dei cambiamenti, resistono, credono ancora che internet tolga posti di lavoro, non è così: li trasforma. Il 50 per cento dei lavori ripetitivi di oggi da qui a 15 anni sparirà ma grazie al web per ogni professione annullata se ne creeranno almeno tre inedite. È necessario spingere la politica a parlare di avanzamento digitale ogni mese”. Introdotto da un bel video in cui una bimba di un anno crede che una rivista cartacea sia solo un tablet che non funziona, Agostino Santoni, ceo di Cisco Italia precisa: “Oggi l’uso di internet è sotto l’un per cento. Dobbiamo ripensare il modo di fare business, altrimenti non avremo un futuro, l’industria deve avere una voce digitale”. Sui nuovi orizzonti indicati dal web si sofferma anche Andrea Galbiati, country manager Asus Italia, “le tecnologie hanno stravolto il modo in cui inventiamo le cose tutti i giorni. In Italia vedo trasformazioni soprattutto al Sud, grazie a ingegneri e ricercatori che abbandonano ruoli anche importanti all’estero per sviluppare progetti qui”. Tutto in costante mutamento, come conferma Gianluca Dettori, presidente di DPixel: “Il mondo delle startup è molto cambiato in dieci anni ma la vera domanda è: i nostri giovani oggi possono competere con platee come San Francisco? Abbiamo dimostrato che non è un problema. Di startup si parla tanto, forse troppo ma serve anche il caos, adesso tutto questo ‘spettacolo’ è utile a offrire lavoro”. Crediamo ancora poco però nel nostro futuro per Enrico Gasperini di Digital Magics: “Siamo a un centesimo del pil investito nell’innovazione dagli Usa e a un decimo rispetto a Uk e Germania. Tutto questo fa pensare quasi che non crediamo nel nostro futuro o non abbiamo soldi. Ma in realtà abbiamo una ricchezza personale imponente posseduta dai gestori dei fondi. Semplicemente non vogliamo darla ai nostri ragazzi per crescere. In Italia ci sono i migliori creativi del pianeta, sono bravissimi ma siamo noi a non spendere un quattrino”. Gioca con le parole Fabrizio Sammarco, ceo di ItaliaCamp per spiegare il suo punto di vista: “Mi interessano le up start, siamo bravi a fare start ma meno a fare up. Di startup ne nascono ogni giorno. Selezioniamo le migliori e aiutiamole a diventare up star. Tutti ragioniamo sul ritorno economico di un investimento ma dalla prospettiva dell’up start la ricaduta è calcolata in termini di impatto positivo sulla comunità: ambiente, senso della collettività, creazione di posti di lavoro”. D’accordo, Antonio Zullo, responsabile di Optima Italia: “La nostra politica è non accanirsi sul profitto ad ogni costo. Noi siamo una ex startup ma ci sentiamo startup ogni mattina, ci mettiamo in discussione ogni giorno e reclutiamo universitari che vogliano pensare a come dare energia agli italiani”. Apre uno scenario diverso Marco Gualtieri, ceo Seeds & Chips “il paese ha nel cibo potenzialità uniche al mondo, il governo ha una missione: portare il food all’estero dai 24 miliardi attuali a 50 entro il 2020. Secondo gli studi ci sono 60 miliardi di prodotti italian sounding all’estero, la sfida è renderli italiani davvero. Come si può raggiungere questo obiettivo se non si cavalca l’onda digitale? Il cibo è la nuova frontiera della tecnologia, focalizziamoci su qualcosa di cui sappiamo più degli altri, oltre le startup e l’emulazione della Silicon Valley”. Dal consumo del food a quello dei video game il passo è breve: ne usiamo molti ma ne produciamo pochi, spiega Thalita Malagò, segretario generale Aesvi: “Come consumatori di videogiochi gli italiani sono al quarto/quinto posto nella classifica europea. Come produttori, invece, fatturiamo 20 milioni di euro all’anno ma c’è un grande potenziale che va sostenuto. Il 90 percento di chi sviluppa giochi si autofinanzia. Solo il 10 per cento riceve fondi pubblici e privati. È un settore a cui si dovrebbe guardare seriamente a livello politico”. “È difficile – aggiunge Giovanni Caturano, responsabile Spinvector – fare impresa nei video game in Italia, noi siamo tra le poche aziende ad esserci riusciti. Abbiamo ricevuto talmente tanti premi che ci hanno chiesto se non sia il nostro modello di business. In Italia le competenze ci sono ma serve più capacità di marketing”. E poi si sofferma su un particolare commovente che indica applicazioni originali per i video game immersivi: “Mia madre, novantenne, non ha più la memoria breve. La scorsa settimana ha provato le nostre avventure immersive attraverso gli oculus rift: è salita su una montagna, è andata nello spazio. Il giorno dopo ricordava l’esperienza. Mi domando: che potenzialità ha tutto questo?”. Un mondo da esplorare, non per forza ad occhi spalancati secondo Marco Savini, founder di Big Rock, che esordisce così: “Noi formiamo sognatori. Il mio compito è stimolare i ragazzi a fare cose pazzesche, dirgli: potete fare ciò che vi pare. Una consapevolezza che la scuola italiana disintegra. Dobbiamo tornare a credere che tutto sia possibile, siamo un popolo di artisti, riprendiamoci i sogni”. La scuola è un problema anche per Alessandro Rimassa, direttore della Tag Innovation School: “Negli ultimi vent’anni non abbiamo saputo aggiornare la formazione e connetterla al mondo che stava cambiando. Ancora oggi tra licei e università si parla di un futuro che forse arriverà ma in realtà è già qui: il punto è portare i ragazzi nel presente”. Insegnante e responsabile di Coderdojo Italia, Agnese Addone conferma “è vero, c’è resistenza al digitale all’interno della scuola. È per questo che Coderdojo non è una scuola ma un ambiente dove si fa educazione al digitale e si cerca di insegnare ai bimbi che si può accedere ad un mondo che fa tantissimo, stimolandoli a costruirsi da soli competenze che non soffrono di obsolescenza, come crescere e lavorare in team”. Lo svecchiamento dell’Italia deve iniziare tra i banchi per arrivare alla politica e passare per i media, conclude Federico Ferrazza, direttore di Wired Italia e moderatore della round table “i giornali devono dare il proprio contributo e rendersi più innovativi – commenta – Wired ci prova ogni giorno. Le scuole immergono i bambini nel passato, solo quando tornano a casa assaggiano la contemporaneità attraverso i tablet. La scuola è uno dei pochi luoghi in cui il digitale non entra. Serve una rivoluzione politica, concordo con Elio Catania, è per questo che lanceremo l’hashtag #CdMdigitale1m per ottenere un consiglio dei ministri al mese dedicato al digitale”.

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