L’educazione all’imprenditorialità nelle discipline delle scuole secondarie italiane

Risale a lunedì una importante novità introdotta nell’ordinamento scolastico nazionale, che ci rimette in linea con le comunicazioni europee (Comunicazione 2012 “Ripensare l’istruzione: investire nelle abilità in vista di migliori risultati socioeconomici” e Comunicazione 2016 “New skills agenda for Europe”) e che speriamo contribuirà a farci guadagnare di diritto le prime posizioni nelle classifiche europee riguardanti la qualità scolastica.

Si tratta dell’insegnamento obbligatorio nelle scuole secondarie dell’educazione all’imprenditorialità, intesa non in senso rigido e strettamente settoriale, ma in un senso più ampio, in grado di includere le cosiddette competenze trasversali, oggetto di copiosi, approfonditi e rinomati studi negli ultimi anni. L’introduzione di tale disciplina comporta non solo la formazione degli imprenditori del futuro, ma anche dei professionisti venturi. Finora molte parole sono state impiegate in merito alla necessità di educare nel modo adatto le nuove generazioni al mondo del lavoro, lì dove da anni si è posto l’accento sulle lacune delle istituzioni scolastiche nel fornire un apprendimento che non sia meramente teorico, ma riveli immediata traducibilità pratica. Lacune divenute più evidenti in seguito all’affermarsi della trasformazione digitale, la quale impone continue modifiche all’organizzazione tradizionale del lavoro ed interrogativi pressanti sulle competenze necessarie in futuro, ciò 30 anni dopo l’introduzione dei primi computer nelle aule scolastiche. Fatta eccezione per i metodi d’insegnamento finlandesi, danesi e inglesi (avanzati modelli di eccellenza europea, neppure risparmiati da recenti modifiche) nelle altre nazioni europee si corre ai ripari, riformulando appositi piani scolastici (nel Belpaese lo start è avvenuto con il Piano Nazionale Scuola Digitale) che adeguino l’insegnamento agli imperativi dettati dal mondo del lavoro che i bambini saranno costretti a seguire per un futuro dignitoso.

In Francia, ad esempio, Jean- Michel Blanquer, Ministro dell’Educazione, ha optato per la creazione, in gennaio, di un Consiglio Scientifico dell’Educazione nazionale, allo scopo di ripensare i modelli pedagogici facendo riferimento a solide prove scientifiche. Non a caso a capo del Consiglio vi è Stanislas Dehaene, professore di psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, coadiuvato da 21 membri provenienti dal mondo della sociologia, dell’informatica, delle scienze dell’educazione, della matematica e dell’economia. Tra gli obiettivi del Consiglio, quello di pervenire ad una migliore ed approfondita comprensione della triade attenzione, intenzione, emozioni.

Oggetto di studio sono le modalità da adottare per catturare e direzionare al meglio l’attenzione degli allievi, le numerose operazioni mentali necessarie per assumere un comportamento flessibile ed in grado di adattarsi al contesto in cui si apprende, l’influenza delle emozioni sul comportamento dei discenti, le modalità per stimolarne spirito critico, autonomia e fiducia in se stessi.

In particolare, la capacità di adattarsi e di apprendere costantemente nuove conoscenze e competenze, è ritenuta centrale nel processo, deputato alla scuola, di adattamento al futuro mercato del lavoro e all’evoluzione della nostra società.

Ritornando all’esempio italiano, al di là della crucialità della disciplina introdotta, che ci auguriamo contribuirà in maniera determinante a colmare il gender gap nel nostro Paese nel settore imprenditoriale, oltre a registrare un sensibile incremento generale del numero di giovani che decidono di abbracciare la professione, rileviamo con orgoglio il riconoscimento della centralità riservata alle competenze trasversali, troppo spesso accantonate ed etichettate in maniera superficiale e frettolosa quali “competenze formali”, eppure oggetto delle ricerche più avanzate in ambito educativo ad opera del MIT e dei più influenti ricercatori universitari di rilievo internazionale. Tali ricerche naturalmente nascono dalla presenza di fatto in ambito lavorativo di gravi e massicci deficit di questo tipo di competenze nei dipendenti e non solo; deficit in grado di penalizzarne significativamente produttività ed efficienza e che vanno, dunque, contrastati. Pur trattandosi di competenze che molti osano definire “basiche”, seppur non sorretti da dati che mostrino una adeguata presenza di queste skill negli alunni che da pochi anni si approcciano alla scuola, si sta discutendo molto a livello internazionale della necessità di garantirne l’insegnamento negli ambienti accademici.

Nelle scuole primarie degli States da tempo, nei programmi educativi destinati agli alunni, esiste un crescente focus sul SEL, “social and emotional learning” (apprendimento sociale ed emotivo). In virtù di questo programma, i ricercatori sostengono che i bambini siano portati ad adottare attitudini positive in maniera maggiore, comportandosi in modi più socialmente appropriati. Inoltre, tramite il SEL, i bambini apprendono strategie per sviluppare una più spiccata empatia, gestendo le proprie emozioni e lavorando con gli altri. Gli alunni fanno pratica affermando nelle interazioni il proprio linguaggio, designando in maniera collaborativa le regole necessarie alla classe o attraverso la consapevolezza indispensabile per migliorare la comprensione dei propri processi mentali.

Nel 2015 l’economista David Deming della Harvard University ha rilevato, considerando per lo più tutte le professioni negli USA dal 1980 al 2012, la crescita lavorativa più significativa nelle professioni che richiedono un più alto grado di sviluppo delle cosiddette social skills. Rosemary Haefner, capo risorse umane di Career Builder, ha affermato alla Bloomberg BNA in gennaio che le soft skills fanno la differenza tra un impiegato eccezionale ed uno che riesce semplicemente a cavarsela.

In effetti, i dati di cui disponiamo ad oggi suggeriscono che le professioni del futuro richiederanno in misura maggiore un tipo di intelligenza emotiva, che completi il lavoro delle macchine sofisticate con cui lavoreremo, lì dove la quarta rivoluzione industriale impone una completa integrazione tra sistemi fisici, cyber e biologici e l’automazione di un crescente numero di lavori. Discutiamo essenzialmente di una perfetta aderenza tra AI e HI (Human Intelligence) che alcuni ritengono darà luogo alla intelligenza aumentata (di cui parla Hsiao-Wuen Hon, vicepresidente di Microsoft) o intelligenza collettiva amplificata o super intelligenza (come sostiene Epi Ludvik Nekaj, founder e CEO di Crowdsourcing Week). Autoconsapevolezza e consapevolezza sociale vanno considerate cruciali per il completo dispiegamento del potenziale dei futuri professionisti, così come felicità, realizzazione e resilienza. Nella sfida tra l’uomo e la macchina nelle tre dimensioni (fisica, cognitiva ed emotiva), sembra che agli umani sia rimasto soltanto l’appannaggio della terza. Alla luce di questa presa di coscienza, l’uomo può e deve puntare su creatività, interazione con l’altro, autorealizzazione, concetti molto cari a Daniel Goleman, (scrittore, psicologo e giornalista statunitense), in grado di garantire felicità nei luoghi lavorativi ed alti livelli di produttività. L’importanza dell’interazione con l’altro non è affatto trascurabile, se consideriamo che viviamo nell’era storica più connessa dal punto di vista tecnologico, ma che registra tassi di solitudine che sono raddoppiati rispetto agli anni ’80.

Jack Ma (fondatore e presidente di Alibaba Group) ha dichiarato in occasione dell’Annual Meeting 2018 indetto dal World Economic Forum a Davos “I believe if persons want to be successful, they should have a high EQ”.

L’intelligenza emotiva (EQ) è fondamentale per svolgere al meglio le proprie mansioni nel contesto professionale, ma anche per destreggiarsi nel mondo dei data che anche non intenzionalmente forniamo. Basta pensare alla lettura fornita da Justin Bariso dalle pagine di Inc. in merito al recentissimo scandalo che ha travolto Facebook e Cambridge Analytica, colpevoli di aver violato i dati di decine di milioni di utenti. Bariso, autore di “EQ, Applied: The Real-World Guide to Emotional Intelligence”, sottolinea come in realtà l’intelligenza emotiva disponga di innumerevoli ripercussioni positive, ma anche negative di chi detiene un alto quoziente emotivo; ciò dipende dalle intenzioni, dalla volontà o meno di manipolare gli altri, seguendo riprovevoli scopi.

In merito all’introduzione delle lezioni d’imprenditorialità, ricordiamo che Giffoni Innovation Hub, in base ai risultati della ricerca condotta nel 2016 su 1836 bambini e ragazzi di età compresa trai 10 e i 22 anni, può affermare con sicurezza che tale novità incontrerà l’entusiasmo degli alunni, dato che l’ampia maggioranza del suddetto campione interpellato ha rivelato di aspirare a divenire imprenditore, senza disdegnare l’importanza cruciale della formazione scolastica.

Tibor Navracsics, Commissario UE a Educazione, Cultura, Giovani e Sport, all’indomani del Gothenburg Summit del novembre 2017 (che ha visto riuniti i Capi di Stato e di Governo europei per discutere di educazione, training e cultura) ha affermato che i sistemi educativi europei devono poter fornire agli alunni provenienti da ogni background le giuste competenze per progredire e prosperare professionalmente, ma anche far in modo che divengano dei cittadini attivi.

Il concetto di cittadinanza attiva, nello specifico quella economica, è previsto esplicitamente dal Sillabo al quinto punto (riportato nelle righe successive dell’articolo), che designa anche lezioni di cryptocurrency e di acquisto solidale.

Occorre sottolineare adesso come nella circolare del Ministero si parli chiaramente di pervenire alla formazione negli alunni di una forma mentis imprenditoriale, e complementari a questo fine siano la creatività e lo spirito d’iniziativa.

Lo spirito imprenditoriale era stato evidenziato da Navracsics nel seguito della dichiarazione prima citata, in cui egli lo fa rientrare nelle competenze trasversali, specificando che occorre in tal contesto che gli alunni acquisiscano non solo le giuste aptitude (abilità, acquisite, facilità nell’apprendere, intelligenza) ma anche le giuste attitude (comportamento, modo di fare, punto di vista). Continuando nella dichiarazione, Navracsics raccomandava agli Stati membri di assicurare ad ogni alunno almeno una esperienza imprenditoriale prima del termine dell’educazione obbligatoria; di potenziare le competenze di base in modo da invertire il preoccupante trend emerso dagli ultimi risultati PISA (Programme for International Student Assessment) dell’OCSE.

Interessante è pure notare come, all’interno della circolare ministeriale sopra menzionata, si faccia riferimento all’obiettivo di creare alunni in grado di assumersi le proprie responsabilità (abilità non scontata, se pensiamo soprattutto ai problemi di cyberbullismo e hatespeech sui social, facilitati da un engagement che non viene vissuto nella piena consapevolezza della propria identità e delle possibili conseguenze), di fornire aiuto a chi lo chiede, di analizzare se stessi e di misurarsi con novità ed imprevisti.

Alla luce della rivoluzione nei confini tradizionali tra i settori, il documento evidenzia la multidisciplinarietà dell’approccio al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati, da accostare alla presentazione vera e propria della disciplina, che avverrà secondo le modalità che verranno determinate in autonomia da ogni singolo istituto.

Entrando nel vivo della nuova disciplina che farà capolino sui banchi di scuola, possiamo affermare che il Sillabo appositamente stilato, che ha implicato il coinvolgimento di 40 stakeholder provenienti dal mondo imprenditoriale, dell’innovazione, cooperativo, delle fondazioni, con numerose rappresentanze nazionali, include 5 macroaree di contenuto:

  1. Forme e opportunità del fare impresa
  2. La generazione dell’idea, il contesto e i bisogni sociali
  3. Dall’idea all’impresa: risorse e competenze
  4. L’impresa in azione: confrontarsi con il mercato
  5. Cittadinanza economica

 

Il Sillabo è stato formulato sul modello concettuale europeo dell’EntreComp, Entrepreneurship Competence Framework, del giugno 2016, e prevede una distinzione tra gli insegnamenti in termini di attitudini, abilità, competenze, introdotti nel primo biennio e quelli relativi al secondo biennio ed ultimo anno. Il raggiungimento degli obiettivi (teorici e pratici) prevede la necessaria cooperazione con organizzazioni dotate dello specifico know-how imprenditoriale. In sintesi, l’educazione all’imprenditorialità, così come concepita dall’EntreComp, viene sintetizzata dal Ministero dell’Istruzione come:

Capacità di trasformare le idee in azioni. Creatività, innovazione e assunzione di rischi, pianificazione e gestione di progetti, saper cogliere opportunità che possono portare a creare o contribuire ad attività sociali o commerciali. Realizzazione di attività autonoma imprenditoriale”.

Nel percorso didattico previsto gli alunni sono protagonisti, in particolare i docenti sono tenuti a mantenere sempre vivo il focus su aspirazioni, motivazioni, attitudini e passioni personali di ogni discente, in modo da valorizzare, fare leva sui fattori che spingono ogni singolarità ad abbracciare con convinzione una determinata attività. Ciò senza trascurare la connessione con la realtà oggettiva, ovvero tenendo in dovuta considerazione i dati presenti sul lavoro e sullo sviluppo economico e sociale, ma neanche la connessione con le proprie visioni sui possibili scenari futuri e la propria vision d’impresa. Tra gli espedienti e strumenti che verranno adoperati per pervenire agli scopi previsti, si segnalano Personal model canvas, business model canvas e social business model canvas, gli strumenti digitali, il silent coaching, il focus su figure di rilievo del mondo imprenditoriali e non solo, incontri con imprenditori locali e nazionali, incontri con ricercatori che sappiano fornire nozioni utili per meglio comprendere il mondo studiato. Nelle attività pratiche proposte, rileviamo la possibilità di bootcamp dedicati a innovazione, creatività, startup, il design sistemico (che va inserito nell’invito da parte dei docenti a pensare per ecosistema), hackathon e incontri di co-creazione, simulazione di un progetto d’impresa, economia del territorio e sviluppo d’impresa, digital marketing, growth hacking, lean startup, simulazione di campagne di crowdfunding, e tanto altro, per pervenire infine anche all’internazionalizzazione e alla valutazione dell’impatto sociale della propria idea imprenditoriale. In merito a quest’ultimo punto, ci auguriamo verrà colta l’opportunità per approfondire il rapporto inscindibile tra business e human rights, evidenziato da istituti accademici oltreoeano, come alla NYU Stern, Haas Business School di Berkeley, Alliance Manchester Business School, Geneva School of Economics and Management.

La nuova direttiva scolastica rivolta alle scuole di secondo grado, include, oltre all’educazione all’imprenditorialità, grazie alla combinazione di elementi teorici e tanta pratica, il potenziamento di gran parte delle skill individuate dal report “New Vision For Education 2015” del World Economic Forum e ritenute cruciali nel XXI secolo, distinte tra competenze (pensiero critico/problem solving, creatività, comunicazione, collaborazione) e qualità caratteriali (curiosità, spirito d’iniziativa, persistenza, spirito di adattamento, leadership, consapevolezza sociale e culturale); nonché le 10 skill reputate fondamentali nel 2020 per le professioni (Future of Jobs Report, World Economic Forum):

  • Complesse capacità di problem solving
  • Pensiero critico
  • Creatività
  • Management del personale
  • Capacità di coordinarsi con gli altri
  • Intelligenza emotiva
  • Capacità di giudizio e decision making
  • Service orientation
  • Capacità di negoziazione
  • Flessibilità cognitiva

 

Giffoni Innovation Hub, in qualità di agency sempre attenta alle tendenze ed alle esigenze young, dal 2015 stimola e potenzia l’entrepreneurship giovanile a livello nazionale, in più di 500 scuole, attraverso il format “A scuola di startup” diretto a ragazzi delle scuole secondarie, in collaborazione con DPixel (venture capital advisor specializzato in innovazione societaria, accelerazione ed investimenti in startup) ed AuLab (digital factory che si occupa di formazione, incubazione e sviluppo software), che ha dato vita finora a centinaia di progetti imprenditoriali ideati da teenager.

Da giovedì 5 aprile Giffoni Innovation Hub sarà presente alla terza edizione tutta partenopea di Innovation Village, il network di innovatori nel 2018 dedicato a: Piano Impresa 4.0, Economia Circolare, Open Innovation e School Village (area interamente dedicata agli strumenti digitali per la scuola del futuro, corsi di formazione organizzati per ingegneri, giornalisti, operatori web ed artigiani digitali).

La creative agency interverrà in quest’ultimo ambito, presentando in anteprima il progetto “School Factory”, tour di formazione digitale ed imprenditoriale dedicato alle scuole secondarie nazionali.

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