Nomadismo digitale: dalla ricerca della felicità al ritorno nelle piccole realtà (Demo) (Demo)

Tornare a ripopolare i borghi abbandonati, lavorare dove si vuole facendo della felicità il proprio orizzonte: il nomadismo digitale, prima ancora che una realtà, è una straordinaria opportunità di realizzazione individuale e di svolta economico-sociale. Perché il nomade digitale – che si sposta continuamente e può sviluppare il proprio business lontano dai grandi centri urbani grazie alle proprie competenze digitali – riscopre, e porta a riscoprire, luoghi piccoli, da cui i giovani ormai emigrano. In un Paese come l’Italia, ricco di borghi sempre più spopolati, il nomadismo digitale non può che essere un’importante chiave strategica di crescita del territorio, soprattutto del Mezzogiorno: attrarre talenti digitali dall’estero, valorizzare le risorse del nostro Paese, incrementare gli investimenti in aree ritenute improduttive sono i punti fondamentali.

Spunti dalla round table “Un fenomeno globale tra nomadismo digitale e lavoro da remoto” promossa oggi da Giffoni Innovation Hub nell’ambito della rassegna di innovazione Next Generation. Un dibattito aperto al pubblico e arricchito dalla presenza di numerosi ospiti per approfondire un tema fondamentale legato allo sviluppo produttivo e alle opportunità lavorative che, già da oggi ma soprattutto nei prossimi decenni, i giovani potranno cogliere se saranno in possesso di quella cultura digitale che il Giffoni Innovation Hub sostiene con i suoi workshop ed eventi. Secondo le stime nel 2035 saranno circa un miliardo le persone in grado di sviluppare il proprio business lontano dai centri urbani grazie alle elevate competenze digitali e a reti di contatti internazionali. La tavola rotonda è stata moderata dal fondatore di nomadidigitali.it, Alberto Mattei, che a margine ha sottolineato come “nella categoria dei lavoratori da remoto, molti sceglieranno di cambiare il proprio stile di vita per inseguire la nostra filosofia”. Secondo Mattei “va molto il Sud-Est asiatico. La Thailandia e Bali sono hub importanti”. L’Italia, intanto, è indietro per la “scarsa cultura digitale che non è soltanto infrastrutturale ma proprio nel capire quali siano le opportunità in termini di sviluppo di progetti”. Ad oggi, aggiunge, “in Europa, oltre alle grandi città come Londra e Berlino, ci sono altre realtà più piccole come l’Estonia e la Slovenia, ma molto dipende dal regime fiscale dei singoli Paesi”. Non tutto è perduto, però, per l’Italia che, “per le sue caratteristiche, può offrire un territorio immenso in fatto di tradizioni, di cultura e di clima che favorirebbe un viaggio a ritroso dal Nord al Sud, verso i piccoli paesi e lontano dalle città affollate”.

Parla di felicità il fondatore di Be Happy Remotely, Giovanni Battista Pozza che sottolinea “il sentimento fortunatamente è tornato di moda e lavoro da remoto e felicità possono essere strettamente collegate. C’è chi trova la bellezza tornando in borghi più piccoli, a dimensione d’uomo, chi nella riscoperta della lentezza del tempo, o chi ha solo la passione di viaggiare e scoprire il mondo e stringere relazioni. Iniziano ad accorgersene anche le aziende: la felicità ci permette di ottenere maggior produttività, empatia, salute, tendenza all’innovazione. Con la felicità si attraggono talenti“. Ipotizza un “ritorno all’umanesimo della società modernaFabiola Mancinelli, antropologa ed esperta di turismo, spiegando come questa trasformazione stia avvenendo “grazie alla comunicazione senza fili e alla globalizzazione”. Suggerisce di “indossare una risata di scorta all’occasioneDaniele Berti, Happiness Coach e studioso di felicità, autore del libro “Da homo sapiens a Homo Felix: l’evoluzione della specie”: “Freud disse: abbiamo rinunciato alla felicità per l’illusione della sicurezza. Oggi le scienze biologiche ci insegnano che il 40 per cento della nostra felicità dipende esclusivamente da noi, la felicità è di conseguenza da considerarsi una competenza, una cosa che possiamo imparare a portare nella vita quotidiana. Ma cos’è la felicità? È la consapevolezza di avere tutte le risorse che ci servono per superare le prove che la vita ci propone. Siamo neurobiologicamente fatti per essere felici, purtroppo ci hanno insegnato esattamente il contrario. Eppure bastano comportamenti molto semplici. Sotto stress reagiamo come quando siamo in pericolo di vita, la reazione immediata: è aggredire o scappare, bisogna uscire da questa visione“.

Immaginare nuove opportunità, oltre le classiche visioni. “L’idea di un posto fisso è ormai limitativa”, rileva Marcello Mari, da sette anni nomade digitale che oggi si occupa di blockchain e crypto currencies: “È anacronistico pensare di crescere professionalmente e personalmente in una sola location, il nomade digitale preferisce le esperienze alle certezze”. L’idea di Guido Zaccarelli, autore del libro ‘La Conoscenza Condivisa’ è “mettere al centro le persone” e il nomadismo digitale è “la sfida del futuro, prima di tutto per le aziende”. Ha scelto di tornare a vivere a Nicotera Marina, un borgo di pescatori in Calabria, Francesco Biacca, fondatore di Evermind, azienda fondata sullo smart working: “Ho vissuto 15 anni fuori e poi sono tornato a casa, dove vivo di fronte al mare e con la campagna alle spalle. Lì ho ritrovato il mio ‘qualcosa’. È importante, infatti, capire chi siamo, una grandissima sfida perché siamo in evoluzione. Evermind conta su professionisti che decidono autonomamente dove vivere, senza orari né luoghi prefissati su tre valori poco diffusi nelle classiche aziende piramidali, fiducia, responsabilità e trasparenza”. Si concentra, poi, a Martis, piccolo centro nella provincia di Sassari in Sardegna, il progetto di Christine Michaelis, fondatrice di Digital Nomad Town, la prima città per nomadi digitali al mondo. “A Martis – racconta Christine – ci sono 400 abitanti ma c’è spazio per 2500. È una delle tante cittadine italiane che si stanno spopolando perché non c’è lavoro per i giovani, il mio progetto prevede l’acquisto di case da destinare all’ospitalità dei nomadi digitali, oltre ad una serie di interventi per rendere il posto più smart, rete internet inclusa. Lì o sei un contadino o te ne vai, a breve diventerà una digital nomad town“.

Il ‘coliving diffuso’ è al centro di Home for Creativity di Roberta Caruso che si propone di riconvertire case private e strutture ricettive tradizionali della periferia in residenze condivise destinate all’ospitalità di nomadi digitali, remote worker, creativi e viaggiatori ispirati. “Tre anni fa – commenta la Caruso – abbiamo iniziato a sperimentare il coliving. Parliamo di persone oltre le case, pensare alle case non come beni immobiliari, ma come luoghi con al centro l’uomo. Creeremo centri di coliving in tutta Italia, ogni regione ne avrà uno: al momento ne abbiamo due, uno in Calabria e uno in Puglia, dove facciamo anche corsi di formazione per chi vuole imparare a vivere da nomade digitale. su valori come autenticità, lentezza, ispirazione e connessioni umane e professionali“.

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