Tra realtà virtuale e contatto fisico, parte il progetto Boom di eFM e Giffoni Innovation Hub

Ha esordito con una provocazione: “Non vi chiedo di pensare alla scrivania del futuro. Vi chiedo: se voi foste una scrivania, che sensibilità vorreste avere?”. Nicola Martinelli, fondatore di eFM, ha incontrato stamattina i ragazzi del Dream Team per parlare della grande differenza tra realtà virtuale e realtà aumentata. Che è alla base della diversità tra l’immaginare una scrivania e “essere” una scrivania. “La realtà virtuale – spiega Martinelli – è quella che abbiamo visto in Matrix o in Avatar, è l’immergerci completamente nella tecnologia scomparendo come persone. Ci proiettiamo dentro i device, perdendo il contatto con il mondo esterno. Un’evoluzione non positiva della società”. La strada da percorrere è un’altra, dice ancora, ed è “quella della realtà aumentata, perché la tecnologia ci deve aiutare a rafforzare le collisioni, i contatti, con il mondo reale, non allontanarci. Noi di eFM vogliamo costruire luoghi e ambienti all’interno dei quali far crescere le relazioni fisiche, in cui ci si possa far conoscere e avvicinare, cose che nel mondo virtuale non avvengono”.

Con questo obiettivo Giffoni Innovation Hub, in collaborazione proprio con eFM, ha ideato il progetto Boom: un concept di spazi modulari in cui bambini, ragazzi, genitori e insegnanti possano crescere e interagire, creare e parlare un comune linguaggio digitale che non escluda però il contatto reale, fisico. “Vogliamo partire subito con le scuole – precisa Antonino Muro, fondatore del Giffoni Innovation Hub e responsabile del progetto – coinvolgendo quelle di primo e secondo grado, portando al loro interno i nostri format di educazione digitale, progettati seguendo le direttive del Miur. Se Efm porta i contenitori, noi mettiamo i contenuti. Questa collaborazione è un onore e una grande opportunità perché permette anche di rilanciare spazi tradizionali o poco sfruttati, come aule abbandonate o spazi non utilizzati nei Comuni, e farli rivivere grazie al digitale, innovarli”. “Cerchiamo di colmare il gap che c’è tra la nostra capacità di comprendere le tecnologie – aggiunge Martinelli – e l’evoluzione delle stesse tecnologie, che ci hanno cambiato la vita. Gli spazi modulari sono destinati a scuole, uffici, chiunque abbia voglia di lavorare a un’educazione all’utilizzo degli strumenti digitali in nostro possesso, per evitare che siano gli strumenti a possedere noi”. I ragazzi del Dream Team sono, su questo fronte, già avanti: alla domanda sulla sensibilità, se si trovassero a vestire i “panni” di una scrivania, hanno risposto che come prima cosa vorrebbero conoscere altre scrivanie, costruire alleanze, interagire.

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